venerdì 13 maggio 2011

Fuoco Greco

Fuoco greco (Υγρό Πυρ) era l’espressione usata, soprattutto dai popoli stranieri, per indicare una miscela esplosiva usata dai bizantini per incendiare il naviglio avversario o tutto quello che poteva essere aggredito dal fuoco. La formula della miscela che componeva il “fuoco greco” non ci è ancora pervenuta; essa era nota soltanto all’imperatore e a pochi artigiani specializzati ed era custodita tanto gelosamente che la legge puniva con la morte chiunque avesse divulgato ai nemici questo segreto.
L'invenzione del fuoco greco è attribuita ad un greco di nome Callinico e oggi si ritiene che sia una miscela di pece, salnitro, zolfo, nafta e calce viva, contenuta in una grande otre di pelle o di terracotta collegato ad un tubo di rame. La miscela veniva spruzzata con la pressione del piede sulle imbarcazioni nemiche oppure conservata in vasi di terracotta che venivano scagliati contro i nemici.
La caratteristica che rendeva temibile il “fuoco greco” era che esso non poteva essere spento con l’acqua, da cui anzi traeva maggior forza, a causa della reazione della calce viva.

Fuoco Fatuo

Il fuoco fatuo si manifesta come una piccola fiammella generalmente di colore bluastro, che appare a livello del terreno in prossimità di cimiteri, paludi e stagni. Il momento migliore per osservarli è nelle fredde sere d'autunno.
Si annoverano pochi testimoni di questa spettrale manifestazione naturale, i quali affermano di come i fuochi fatui siano freddi e ciò farebbe pensare che non si tratta di una vera e propria combustione dei gas. Esistono molte leggende sui fuochi fatui. Nell'antichità si riteneva che questo fenomeno, specie se si verificava presso i cimiteri, fosse la chiara dimostrazione dell'esistenza dell'anima.
Ancora poco si sa di come si origini il fenomeno dei fuochi fatui, anche se l'ipotesi più plausibile è che si tratti di piccole fiamme originate dalla combustione del gas metano e della fosfina dovuta alla putrefazione di resti organici. L'ossidazione del fosfano e metano, prodotto dal decadimento organico, può provocare una luce splendente dovuta a chemiluminescenza. I chimici italiani Luigi Garlaschelli e Paolo Boschetti hanno replicato le luci con l'aggiunta di alcune sostanze chimiche di gas prodotto dalla fermentazione dei composti


L’origine del fuoco in Africa

I Baluba accendono il fuoco per mezzo di un trapano. Dicono che quando il grande spirito, Kabezya Mpungu, creò il primo uomo, che chiamano Kyomba, egli fissò tutti i semi delle piante commestibili nei suoi capelli e, mettendo nelle sue mani legno ed esca, gli insegnò come far scaturire i fuoco da questi oggetti e come cuocere il cibo.
Anche i Bergdama per accendere il fuoco utilizzano un trapano da fuoco, del quale chiamano maschio la parte di legno duro che fa da trivella e femmina la tavola piatta di legno tenero.
Nel Loango dicono che tanto tempo fa un ragno stava tessendo un lungo, lungo filo, e che il vento prese una estremità del filo e la portò in cielo. Allora il picchio si arrampicò lungo il filo e, picchiettando sulla volta celeste, vi praticò dei buchi che noi chiamiamo stelle. Dopo il picchio fu l’uomo ad arrampicarsi lungo il filo fino al cielo per portare sulla terra il fuoco. Ma alcuni dicono che l’uomo trovò il fuoco nel luogo in cui delle lacrime infuocate erano cadute dal cielo.

L’origine del fuoco in Cina

C’è una storia cinese secondo la quale “un grande saggio andò a passeggiare al di là del confine del sole e della luna; vide un albero, e su quest’albero c’era un uccello che a colpi di becco faceva scaturire il fuoco. Il saggio fu colpito dal fuoco, prese un ramo dell’albero e produsse il fuoco con esso; da allora questo grande personaggio fu chiamato "Suy-jin". Ora, sappiamo che in cinese il termine suy indica uno strumento per ottenere il fuoco, e che muhsay indica un utensile per accendere il fuoco con il legno mediante la frizione rotatoria; Suy-jin-she è invece il nome della prima persona che produsse il fuoco a vantaggio degli uomini. Da questo quadro appare chiaro che la scoperta del metodo per accendere il fuoco mediante la frizione del legno è attribuita dalla cultura popolare cinese ad un saggio che vide un uccello produrre il fuoco colpendo un albero con il suo becco.

L’origine del fuoco in Thailandia

I Tai hanno una tradizione secondo la quale un diluvio distrusse tutta l’umanità tranne un ragazzo e una ragazza, che si salvarono saltando in una zucca. Dalla discendenza di questa coppia, dice la storia, provengono tuti gli abitanti del mondo d’oggi. Ma a quei tempi, quando le acque si ritirarono, i sette ragazzi figli della prima coppia non avevano il fuoco. Decisero allora di inviare in cielo uno di loro a prenderne un po’. Al loro messaggero fu dato un po’ di fuoco dallo spirito del cielo, ma sul cancello del palazzo celeste la sua torcia si spense. Ritornò allora sulla soglia del palazzo e riaccese la sua torcia, ma per la seconda volta il fuoco si spense. Una terza volta fu accesa la sua torcia, e il messaggero aveva già percorso metà del cammino verso la terra quando il fuoco si spense per la terza volta. Il messaggero ritornò sulla terra, e informò del suo insuccesso ai fratelli. Essi tennero un’assemblea e decisero di inviare il serpente e il gufo a chiedere il fuoco. Ma lungo il cammino il gufo si fermò al primo villaggio a caccia di topi, il serpente indugiò nella paludi a caccia di rane e nessuno si preoccupò della sua missione. I sette fratelli tennero allora una seconda assemblea, e questa volta si affidarono al tafano. Il tafano accettò, ma, prima di entrare in azione, dettò le sue condizioni. “In cambio delle mie sofferenze”, disse, “estinguerò la mia sete sulle cosce dei bufali e sui polpacci dei nobili e dei semplici”. I fratelli dovettero accettare queste condizioni. Quando il tafano arrivò in cielo, il Cielo gli chiese: “Dove sono i tuoi occhi? E dove sono le tue orecchie?”. I Tai credono infatti che gli occhi del tafano non si trovino sulla testa, ma nella giuntura delle ali, e questa peculiarità anatomica era apparentemente sconosciuta in cielo. “I miei occhi”, replicò il tafano, “sono esattamente dove si trovano gli occhi degli altri, e così le miei orecchie”. “Allora”, incalzò il Cielo, “dove ti rinchiuderai in modo da non vedere niente?”. L’astuto tafano rispose: “Attraverso i lati di una brocca posso vederci come se non ci fossero; se invece mi metti in un cestino con degli interstizi, non vedo assolutamente nulla”. Il Cielo sistemò dunque il tafano in un cestino e si accinse a produrre il fuoco con il suo solito sistema. Dal cestino il tafano osservò l’intero processo e, anche se poi la torcia accesa ricevuta dal Cielo si spense lungo il cammino verso la terra, il tafano non se ne preoccupò assolutamente, perché portava con sé il divino segreto della produzione del fuoco.
Al suo ritorno disse ai fratelli che lo aspettavano: “Ascoltate, prendete un pezzo di legno fragile come la gamba di un capriolo e sottile come la barba di un gamberetto; fate un intaglio nel legno, inseritevi una corda e mettetegli della stoppa tutto intorno, come il nido dei piccoli maiali. Poi tirate rapidamente la corda davanti e indietro con entrambe le mani, finché vedrete il fumo arrivarvi in faccia”. I fratelli seguirono scrupolosamente le istruzioni del tafano, e presto da una folata di fumo scaturì del fuoco, cosicché essi poterono cuocere i loro cibi. Ancor oggi gli uomini ottengono il loro fuoco in questo modo, e ancor oggi il tafano estingue la sua sete sulle cosce dei bufali e sui polpacci dei nobli e dei semplici.

L’origine del fuoco nell’antica India

Nella mitologia vedica si dice che il fuoco sia stato portato sulla terra dal cielo per opera di Matarisvan, personaggio che corrisponde in qualche modo al greco Prometeo. Egli era il messaggero di Vivasant, il primo uomo che offrì un sacrificio, e portò il fuoco perché venisse usato durante i sacrifici, perché, secondo l’opinione degli autori dei Veda, la funzione principale del fuoco non è quella di scaldare l’uomo e di cuocerne il cibo, ma di consumare i sacrifici offerti agli dei.
Quanto i poeti vedici dicono su Matarisvan non permette di definirne la sua personalità, ma, come la sua controparte greca Prometeo, questo personaggio sembra essere concepito non come un uomo saggio che svelò il segreto del fuoco ai suoi rozzi compagni, ma come un semidio che dal cielo lo portò a loro sulla terra, sebbene nella sua leggenda non ci sia accenno al fatto che rubò il fuoco agli dei. Se ci chiediamo a quale fenomeno naturale fosse legato Matarisvan, la risposta più probabile sembra essere che egli fu in origine una personificazione del fulmine, che, scendendo dal cielo, accende il fuoco sulla terra.

L’origine del fuoco nell’antica Grecia

Nella Grecia antica circolava ovunque la storia secondo la quale il grande dio del cielo, Zeus, nascose il fuoco agli uomini, ma che l’ingegnoso eroe Prometeo, figlio del Titano Giapeto, rubò il fuoco alla divinità del cielo e lo recò a terra agli uomini nascosto in un gambo di finocchio. Per questo furto Zeus punì Prometeo inchiodandolo o incatenandolo ad una rupe del Caucaso, e inviando un avvoltoio a divorare ogni giorno e per l’eternità il fegato o il cuore dell’eroe; di notte, infatti, l’organo riacquistava tutto ciò che aveva perso durante il giorno. Prometeo sopportò questa tortura per trenta o tremila anni, finché non venne liberato da Ercole.